
12 Febbraio 2025
Maria Barbato
Italia
Pensieri dall’India
Pensieri dall’India
Quest’anno, dal 30 luglio al 13 agosto, sono stata per la prima volta in India: una terra in cui avevo desiderato recarmi fin da bambina, attratta soprattutto dalla persona e dalla vita di Madre Teresa. Accompagnando insieme ad Elena, Gabriele nella visita ai progetti sostenuti da Caritas Children Parma in India, ho avuto finalmente l’occasione di visitare questa terra, trascorrendo la prima settimana a Kolkata (Calcutta) e vivendo il volontariato nelle case delle Missionarie della Carità e la seconda settimana tra la località di Mallepally (nel distretto di Hyderabad) e la città di Vijayawada.
Sono state due settimane molto intense e ricche di emozioni, pensieri, condivisioni, incontri ciascuno dei quali resterà indelebile in me. Indubbiamente i giorni a Calcutta sono stati quelli che mi più mi si sono impressi nel cuore.
"Quando lasciai Calcutta mi sentivo un altro [...]. I problemi esistenziali erano svaniti. Le mie priorità si erano ribaltate, avevo intravisto un amore più immenso di qualsiasi cosa conosciuta prima, un amore universale, per quel grande e terribile mistero che alcuni, in mancanza di parole, chiamano <<Dio>>". (Folco Terzani)
Per una settimana ci siamo svegliati tutti i giorni alle 5.30, percorso sempre lo stesso tratto di strada incontrando coloro che la abitano lungo la notte e alle prime ore del mattino, incontrando coloro che si dirigono verso la "fontana" sulla strada per lavarsi, incontrando cani randagi… incontrando, guardando, "inciampando" in milioni di persone. Abbiamo partecipato alla Messa delle 6.00 insieme alle Sisters, abbiamo fatto colazione con i volontari che man mano arrivavano da tutto il mondo e fatta insieme la preghiera per poi partire chi verso Kalighat, chi verso Prem Dan, chi verso altre case.
Noi abbiamo iniziato e finito a Kalighat, a “Nirmal Ridhai”. Abbiamo attraversato la strada, preso l'autobus, ci siamo immersi nel traffico e nel rumore continuo e assordante dei clacson, siamo scesi, abbiamo attraversato la strada e percorso a piedi la stradina tra i colori gialli e arancioni dei fiori da offrire agli dèi nei templi, tra la polvere dei colori per segnarsi sulla fronte, tra i ruderi di palazzi distrutti, tra mucchi di immondizia, pozzanghere, tra la gente… Gente in piedi, gente coricata, gente che cammina, gente in ginocchio davanti a un tempio, gente in bicicletta.
Poi si salgono i tre gradini del vecchio tempio della dea Khali, si suona il campanello, si apre la porta e si entra in quel posto che sa essere contemporaneamente e terribilmente feroce, crudo, vero e bello e che Madre Teresa definiva "il suo primo amore". Indù, musulmani, buddisti, cristiani. Uomini e donne... giovani e vecchi... davanti alla sofferenza e nella sofferenza tutti siamo uguali e tutti siamo uguali davanti a una carezza, a un gesto di cura dato e ricevuto. É questo che nel silenzio e nella fatica vivono quotidianamente le Sisters: regalare piccoli gesti di cura e di amore a chi nella sua vita si é ritrovato a vivere ed essere trattato senza umanità. Diceva una suora: "Mostragli, per una volta nella loro vita, il volto dell'amore". Semplicità nei mezzi, semplicità nelle cure, semplicità nelle parole, semplicità nei gesti...
Si sale al primo piano, ci si mette un grembiule, si mette lo zaino nell'armadietto e si scende... non una parola, non una spiegazione, non una richiesta. Si scende... si scendono le scale, ma si scende anche fisicamente e spiritualmente, ci si abbassa... E tu, senza che ti venga detto o chiesto nulla, ti ritrovi immerso in questo circolo virtuoso di amore e inizi a stringere una mano, dare una carezza, fare un massaggio, ungere i capelli con olio profumato, regalare un sorriso, colorare un disegno, dare da mangiare, lavare a mano i vestiti e le lenzuola, stendere, raccogliere, piegare, preparare le medicine, portare in bagno, lavare, cambiare... Tutto nella semplicità più totale, quella semplicità che è vera povertà, quella semplicità che ti disarma. Madre Teresa diceva: "tutto deve rimanere semplice, immediato, povero: come quelli che serviamo."
Calcutta è cruda, è un pugno nello stomaco, é difficile, ti apre spaccati di umanità mai incontrati e mai avvicinati prima... Ha la capacità di farti provare repulsione e attrazione allo stesso tempo. Vorresti scappare, vorresti tapparti il naso, chiuderti gli occhi e le orecchie, vorresti girarti dall'altra parte e nello stesso tempo ti ritrovi a stringere la mano o ad accarezzare chi non avresti mai avuto il coraggio di avvicinare, toccare, accarezzare... corpi piegati e piagati, corpi violentati, corpi che non sanno più stare in piedi, volti sfigurati, volti che non ci sono più.
Eppure, in tutto questo, trovare qualcosa o Qualcuno che sa andare oltre a ciò che finisce e si consuma...
Eppure, in tutto questo, trovare un senso ...
Eppure, in tutto questo, tornare, restare, camminare, guardare, ...
Eppure, in tutto questo, amare e sentirsi amati ...
Eppure, in tutto questo, scoprire il più bel volto dell'amore, nascosto proprio dietro a chi un volto non lo ha più …
…e ritrovarsi ogni sera alle ore 18.00 nella cappella della Motherhouse davanti a quel crocifisso e a quella scritta "I THIRST" nel tentativo di lasciarsi unire e unificare, immersi nel silenzio, nei clacson e nel canto dei muezzin...


