
14 Settembre 2026
Angelica Canteri
Italia
Intreccio di strade. Diciassette Giorni in Albania.
Intreccio di strade. Diciassette Giorni in Albania.
L’albero della vita con i suoi rami intreccia strade meravigliose e inaspettate e il mio quest’estate è approdato in Albania, terra che per quindici giorni ho imparato a conoscere, tra natura maestosa, storie difficili, anacronismi e il calore di un popolo che ci ha accolto a braccia aperte.
Raccontare della propria esperienza di missione non è una sfida semplice: l’avventura missionaria è intrisa di emozioni, sguardi, pensieri e sfumature che, una volta fatto ritorno alla quotidianità, rimangono custoditi come in uno scrigno prezioso, nella consapevolezza che solo chi ha condiviso quel viaggio può conoscerne davvero il valore incommensurabile.
Una sfumatura diversa della parola «missione»
L’origine etimologica della parola «missione» deriva dal latino missio-onis, a sua volta collegato al verbo mittere, che significa mandare o inviare. Generalmente questo significato descrive l’incarico di coloro che per scelta di vita partono come missionari verso destinazioni assegnate, per le quali si è resa auspicabile una presenza missionaria.
Una sfumatura diversa appartiene, invece, a noi ragazzi di MissioGiovani Vicenza, che per una o più delle nostre estati decidiamo di premere il tasto “pausa” nella routine delle nostre vite e di trascorrere alcune settimane con lo sguardo verso l’alterità, sguardo che come per magia alla fine ci riporta verso noi stessi, così come avviene agli inizi, al momento della scelta.
Scegliere di partire e di intraprendere questo percorso nella maggior parte dei casi è qualcosa di riflettuto, metabolizzato e ben ponderato, ma soprattutto è qualcosa che nasce dal nostro mondo interiore, dai nostri perché e dai nostri se, ma anche dai nostri “spero che” e “mi auguro di cuore che”. Ciò che intendo dire è che ognuno di noi parte per una ragione diversa, che sente dentro e alla quale a volte non sa dare un nome, ma sa che lo porterà a prendere un aereo per volare altrove e scoprire cosa accade quando apri gli occhi e il cuore in altre terre e in altre culture.
Da quando ho deciso di prendere parte al progetto di MissioGiovani mi è stata spesso rivolta la domanda con tono sorpreso che mi chiedeva il perché; non nego che a volte mi sono trovata in difficoltà nel dare spiegazioni o giustificazioni, proprio perché questa partenza era qualcosa che sentivo prima o poi avrebbe fatto parte della mia storia e percepivo che in me affondava radici lontane diventate chioma rigogliosa solo con il tempo.
Scutari: le “children” e le Suore di Madre Teresa
L’albero della vita con i suoi rami intreccia strade meravigliose e inaspettate e il mio quest’estate è approdato in Albania, terra che per quindici giorni ho imparato a conoscere, tra natura maestosa, storie difficili, anacronismi e il calore di un popolo che ci ha accolto a braccia aperte.
È bastato poco per affezionarsi al caleidoscopio delle sue tante caratteristiche, a partire dal servizio di volontariato che abbiamo svolto nella città di Scutari, dove abbiamo portato la nostra presenza a contatto con la disabilità. Sono circa cinquanta le “children” di cui, con un’impresa quasi impossibile, le Suore di Madre Teresa si prendono cura ogni giorno, dall’alba al tramonto, senza mai lamentare stanchezza o insofferenza, anzi esprimendo sorrisi colmi di gratitudine e gioia.
Particolarmente curioso e significativo è l’appellativo “children”, con cui parlano delle loro ospiti: la maggior parte di loro, infatti, ha ormai raggiunto l’età adulta, ma questo modo di chiamarle riflette tutto l’amore che è intriso in ogni gesto di cura a loro rivolto, così come agirebbe un genitore nei confronti di un figlio.
Se all’inizio varcare le porte di quella casa di accoglienza ha attivato in me emozioni e sensazioni di tristezza, preoccupazione e amarezza per le difficili condizioni di vita di molte delle ragazze e per l’impotenza che avvertivo nel poter donare loro un po’ di sollievo, giorno dopo giorno, nuove emozioni positive hanno iniziato a farsi spazio vigorose: riconoscenza, gratitudine, gioia, tenerezza, stupore e ispirazione.
D’altronde, non può andare diversamente quando ogni mattina entri in casa d’altri per provare a porgere il tuo aiuto, ma ancor prima di proferire parola ricevi sorrisi, strette di mano, abbracci, inviti a giocare e bracciali realizzati a mano con affetto. È così che tanta bellezza viaggia… spesso viaggia senza parlare la stessa lingua o senza poter dare voce a quello che si desidera, comunica in modi intricati, ma meravigliosi e ci invita a lasciarci sorprendere: sono attimi densi di senso e di vita, che oltrepassano barriere e confini di alcun tipo e non ti resta altro che sentirti piccolo davanti alla grandezza di quell’istante.
«Sono attimi densi di senso e di vita, che oltrepassano barriere e confini di alcun tipo»
Gli incontri con la comunità locale
Arricchenti e perturbanti sono stati anche i vari incontri con la comunità locale, poiché ognuno di essi ha contribuito a completare il puzzle del nostro cammino. Potrei raccontarvi della delicatezza con cui Senada ci preparava il caffè ogni mattina nel nostro alloggio e della premura con cui ricordava esattamente i nostri gusti a colazione; potrei emozionarvi con gli occhi lucidi della mamma di Klaidi, che guardava ai nostri doni come se non fosse degna di riceverli e con cui ci ha ringraziato all’infinito anche in nome del suo angelo.
Non posso, però, omettere che la stessa comunità creatasi tra di noi il 5 agosto era ed è essenza stessa della missione. Aver percorso questo sentiero insieme e non in solitudine ha permesso di amplificare le emozioni provate e di dividerne il peso quando la via si è presentata tortuosa o scoscesa.
Ecco perché in un mondo dove molte volte l’umanità sembra smarrirsi e la frenesia della quotidianità sovente porta a dimenticare le priorità della nostra esistenza, l’esperienza di missione, a partire dalle persone con cui la si condivide, riporta alla luce come una torcia nel buio ciò che ci contraddistingue come esseri umani.
È possibile sia proprio tra queste righe che si nasconde il denominatore comune scritto sui nostri biglietti aerei o forse è così che desidero immaginarlo; la verità è che se scuotiamo l’ordinarietà è perché qualcosa in essa ci intristisce o perché in qualche modo ciò che ci circonda non è dipinto del colore che vorremmo.
Chissà se anche Lula, monaca clarissa di Scutari, aveva percepito in noi tale sentire quando, ascoltando le nostre voci, ha commentato con queste parole: «vedervi qui mi emoziona… so quanto può essere difficile “là fuori”, perciò la vostra presenza qui, oggi, mi riempie di speranza».
Il senso della speranza
Magari è proprio questo il senso della speranza: non credere che tutto andrà bene, ma trovare, anche nelle difficoltà, la forza per continuare a tracciare la propria strada.
A chi leggerà queste righe, auguro quindi di provare sempre a guardare oltre e di non smettere mai di cercare, anche nel grigio, quel piccolo petalo che forse un giorno avrà la possibilità di diventare un fiore.
Se è vero che non possiamo scegliere il mondo in cui ci troviamo, possiamo sempre decidere come attraversarlo: con lo sguardo rivolto a ciò che ancora può nascere, con il coraggio di crescere e di cambiare rotta e con la fiducia che anche ciò che oggi appare fragile possa domani trovare il modo di fiorire.


