
12 Settembre 2025
Cecilia Marazzi e Gabriele Banfi
Italia
Missione tra i villaggi di Puke - Albania
Missione tra i villaggi di Puke - Albania
Un suono secco, quasi impercettibile: strapp! Il tessuto bianco, contornato dalle righe blu, si impiglia al primo arbusto spinoso lungo il sentiero e si strappa.
Suor Lavinia si ferma un istante, abbassa lo sguardo sul bordo del suo sari e… prosegue spedita come se nulla fosse. Ma dopo qualche passo: strapp! Di nuovo, altro taglio all'abito. Alza lo sguardo e ci rassicura: “Questo era quello da rammendare, ne ho un altro, quello buono per le feste!”
Riprendiamo il cammino. Il sentiero è scosceso, affonda tra la vegetazione e i rovi, discende e si arrampica tra sassi rocciosi, attraversa un ruscello, si apre su vasti prati.
Questa volta è il mio cuore a impigliarsi nel dubbio. “Che senso ha fare tutta questa fatica e investire un'ora in jeep su strada sterrata dissestata e poi così tanto tempo di cammino per una benedizione a una persona che non sappiamo nemmeno se ci sarà?”.
Mentre il pensiero si aggroviglia sempre più, ad ogni passo, man mano che si sale, ecco la risposta: una voce rompe il silenzio. Proviene dall'alto ed arriva ai nostri orecchi sospinta da un vento leggero, quasi come accadde a Elia sul monte Oreb: “Non dimenticherete mai questo giorno! Non dimenticherete mai questa casa!”
Sono inaspettatamente parole in italiano, pronunciate con un grande sorriso: Simon ci stava aspettando! Attendeva, chissà da quanto, qualcuno che venisse a fargli visita, che rompesse la sua solitudine.

Simon è un uomo dalla faccia simpatica, capelli brizzolati, occhi azzurri, sguardo limpido. Le sue parole non sono riferite al viaggio che abbiamo intrapreso, bensì all’accoglienza che ci avrebbe riservato di lì a poco, fatta di bevande fresche, caramelle, canti accompagnati dalla qifteli - lo strumento a corde pizzicate tipico dell’Albania -, la stola e il libro delle benedizioni in albanese.
Sono proprio quell’attesa fattasi desiderio e la gioia della possibilità di un incontro che dà senso al nostro essere lì, che dà senso al nostro cammino. “Mantenete un cuore che si lasci lavorare” era stata l'esortazione, che ci aveva fatto don Zefi, per la nostra permanenza a Puke.
E forse era proprio questo che stava accadendo. Il nostro cuore, impigliato nel dubbio e perso dentro schemi mentali, doveva lasciarsi plasmare e rinnovare dalla realtà attorno a sé per sciogliersi dalla sua rigidezza e freddezza. Il centro non è la fatica del viaggio, i chilometri percorsi, né il calcolo di ciò che “vale la pena”.
La missione non si misura in efficienza, ma si compie nella gioia e nella gratuità dell’incontro. Ogni passo, ogni casa, ogni volto ci ricordava che il Vangelo non è una strategia, ma Presenza che si dona. La logica dell’Amore, quando è vero, non fa conti: si lascia ferire, si lascia lavorare.
Questa esperienza, come tante altre, ci ha permesso di constatare, in prima persona, che l’Albania è davvero una terra benedetta dal sangue dei martiri, santi che hanno dato speranza ad un popolo oppresso che da quelle ossa ha saputo trarre la forza necessaria per rialzarsi e ripartire. Quello stesso vigore è entrato in ognuno di noi, ventiquattro giovani missionari provenienti da Como e Salerno accompagnati da tre animatori saveriani, uniti dal desiderio di mettersi in ascolto di questa terra e a servizio del popolo albanese.
Per qualcuno è la prima esperienza in assoluto in Albania, per altri è un ritorno carico di attese e di aspettative: ritrovare ciò che è stato vissuto e da lì ripartire per continuare l'opera che già aveva lasciato un segno a suo tempo.

La grande novità di quest'anno è che la missione si divide per moltiplicarsi e poi riunirsi: c'è chi resta a Guri i Zi per prestare servizio nella parrocchia o a Scutari, c'è chi si spinge più su fino alle montagne di Puke.
Noi siamo il gruppo intrepido di nove giovani comaschi, accompagnati da p. Carlo e da una ragazza albanese Genta, che ci aiuta con le traduzioni. Abbiamo scelto di metterci a completa disposizione nella realtà tutta nuova di Puke, accolti dal parroco del luogo Don Zefi e delle Suore Missionarie della Carità, fondate da Madre Teresa.
L'attività missionaria è intensa e ci impegna a tempo pieno. Suddivisi in sottogruppi, al mattino alcuni accompagnano Don Zefi, p. Carlo e le suore di Madre Teresa nelle benedizioni delle famiglie; altri si occupano dell'animazione nel villaggio di Qelez con giochi, semplici attività didattiche e piccoli momenti di catechesi; nel pomeriggio siamo coinvolti nell'organizzazione dei giochi per il Grest nell'oratorio di Puke e per l'animazione nel villaggio di Bushat.
È incredibile sentirsi dire che nei villaggi alcuni bambini camminino un'ora all'andata e un'altra al ritorno per poche ore di attività. Una è la certezza che abbiamo: qui l'oratorio estivo non è il parcheggio dei figli di genitori impegnati, ma un tempo prezioso che i bambini desiderano, cercano vivamente per stare insieme e divertirsi.
È incredibile venire a sapere che gli abitanti di Bushat e di Qelez alla domenica percorrono circa un'ora a piedi per partecipare alla S. Messa nella chiesina tra i due villaggi.
È incredibile pensare che nel villaggio di Plet la Messa si celebri solo il 15 agosto e la mattina di Natale.
È incredibile scoprire che, portandoti appena fuori dalla cittadina, nella prima campagna, ruotando di 360 gradi su te stesso tutto quello che vedi fino alle colline più lontane è territorio della parrocchia di Puke. Uno spazio vastissimo fatto di 24 villaggi lontani fra loro chilometri e chilometri.
È incredibile ascoltare la testimonianza di persone che camminano tre ore per raggiungere il luogo di lavoro, restano lì una settimana, per poi tornare a piedi.
È incredibile incontrare famiglie che vedono il sacerdote una volta ogni uno o due anni in occasione delle benedizioni, perché abitano in posti difficilmente raggiungibili.
Tutto questo non può che far nascere in noi profonde riflessioni come questa:
<<"Com'è possibile sentirsi "figlio amato" da una donna che, nella sua vita, non ha potuto ricevere il dono di essere madre?" I suoi occhi dolci hanno saputo spaccare il mio cuore e seminare qualcosa di bello e prezioso da custodire con cura. Quella donna, con la sua "presenza", mi ricorda la Marta del Vangelo: indaffarata, gentile, serviente. Allo stesso tempo, con il suo "fare" mi riporta anche a Maria, nel mettersi in ascolto di ciò che siamo stati chiamati a portare nella loro casa: la Parola, il dialogo, Gesù stesso. Tutto ciò, sboccia in una bellezza unica, dolce e ricca di amore. Lei, insieme a Castrioti - il suo compagno di vita, umile uomo di montagna - si prende cura dei prati vicini, della casa e della sua anziana e fragile madre bisognosa di cure. Nonostante tutto è una famiglia, intrisa dello spirito di Cristo. Lì ho sentito, nel mio intimo, una madre Vera. Proprio come il nome scelto per lei nel giorno del suo battesimo.>> (Saverio)
Queste sono le benedizioni delle famiglie nei villaggi, esperienze che ci hanno toccato il cuore, che si riflettono nella vita personale di tutti i giorni.
Ma non solo, sono anche l'occasione per una sorta di censimento pastorale: servono a capire chi è rimasto, chi ha già ricevuto i sacramenti, chi ancora li deve ricevere.
Intercettano un fenomeno che attraversa silenziosamente queste terre: il costante e progressivo spopolamento delle aree montane e rurali. Persone che invecchiano e muoiono, giovani e famiglie che partono, case che si svuotano e restano chiuse.
In un territorio così vasto e frammentato, dove tempo e distanza cancellano i legami, ogni benedizione diventa un ponte, una carezza, una chiamata. La Chiesa sceglie di restare, di farsi prossima, di non abbandonare.

Don Zefi e le Suore Missionarie della Carità sono il volto concreto di questa prossimità.
Guardando a loro, nostro esempio più prossimo, giorno dopo giorno ci siamo sentiti sempre più parte di quella Chiesa che cammina verso le periferie, che va incontro ai lontani e agli sperduti, come il Buon Pastore che lascia le novantanove pecore sui monti, per andare a cercare quella smarrita, «perché neanche uno di questi piccoli si perda» (Lc 15,4). Eppure, abbiamo scoperto che, proprio coloro che pensavamo potessero essere “smarriti” sono forse ancorati ad una fede ben più profonda e radicata della nostra: una fede fatta di sguardi limpidi e sinceri, gesti spontanei e semplici, parole e saluti colmi di benedizioni. Lontani: dalla vita di città, dalle comodità, dal benessere, da molti comfort. Attorno a loro solo filari di viti, orti e qualche capra, polvere e terra ferrosa, lunghe strade dissestate - quando ci sono - o sentieri impervi, tanto che i locali chiamano queste montagne con l'appellativo di “maledette”, per la difficoltà del clima e del territorio. In questo contesto così estremo dove vince su tutti la solitudine, queste famiglie si lasciano guidare da qualcosa, o meglio da Qualcuno, che magari non si vede, ma la cui presenza è certa e viva nei loro cuori. Sono consapevoli che la Guida c'è! Il Signore Gesù è vivo, dimora in mezzo a loro, provato come loro dalla vita, ma risorto e glorioso!
Questo campo missionario per definirlo in poche parole è stato condivisione, amicizia e fraternità. La vita comunitaria, vissuta nella quotidianità, ci ha resi un gruppo: ci ha uniti!
"Non si parte in missione da soli, ma in fraternità" è il rimando di suor Sonia, durante la condivisione finale a gruppi riuniti dalle Sorelle Povere di Santa Chiara di Scutari.
A inizio campo, dopo la loro testimonianza sui santi martiri albanesi, ci eravamo divisi tra Guri i Zi e Puke. Per tutto il tempo le Sorelle sono state con noi spiritualmente accompagnandoci costantemente nella preghiera. Al termine del campo è stato naturale ricongiungerci proprio da loro e con loro, per raccontarci, ascoltarci e condividere le esperienze vissute, i doni e i frutti già germogliati o che si iniziano a intravedere.
Nel rientro in Italia e alle nostre vite facciamo nostro l'invito di suor Patrizia al termine della nostra condivisione.
"Adesso è tempo di iniziare. Il Signore vi ha liberato lo sguardo, e questa era la Sua missione su di voi. Non lasciate che si ingrigisca dalla quotidianità!"


