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Creare spazio - Quando si torna dalla missione

Creare spazio - Quando si torna dalla missione

Espandi la gratitudine. Tra le tante cose questa esperienza mi ha regalato la capacità di sentirmi di nuovo grata. Sinceramente e profondamente.
Mi sento veramente riconoscente dell’esperienza che ho vissuto, di ogni singolo sguardo, tocco, abbraccio, parola, luogo che mi ha accompagnato in questo periodo. Per aver preso questa scelta e aver avuto l’opportunità e la possibilità di poterla realizzare.

La parola più scritta nel mio diario di bordo? “Mi sento bene, sto bene!”

Essere felice e saperlo è una sensazione magnifica. Non è qualcosa, qualcuno, ma solo uno stato di pace. Un pick-up pieno di bambini e una ragazza della mia età ma di un’altra cultura con cui provare a conversare senza usare il traduttore. Una giornata di sole, un campo di frutta, risate.
Che mi dice questo? Ricerca la semplicità. Non aspettarti nulla, accogli tutto. Lascia da parte commenti e opinioni negative, definizioni, preconcetti, pensieri superflui. Accogli la realtà per com’è, non per come vorresti fosse o per come pensi dovrebbe essere.


Scegli di essere umile. Non aspettarti di essere trattato nel migliore dei modi.  

Forse il fatto di dormire su letti rialzati ci fa sentire più importanti, ci fa pretendere di avere un trattamento di favore. Allora prova a cambiare posizione da cui osservare l’orizzonte, prova a dormire per terra! Senti il tuo corpo a contatto con il pavimento, osserva come tutte le cose siano alla tua altezza. 


Allenati alla gentilezza. Un sorriso, un saluto. Nelle strade della Thailandia si usa salutare chiunque si incontri con la parola “Sawadee” e ponendo le mani giunte davanti al viso; anche se quelle mani sono in parte occupate dal manubrio della moto o da borsette della spesa, si trova comunque il modo di salutare, anche solamente con una di esse e gli angoli della bocca largamente sollevati verso l’alto.

Posso dire di aver vissuto l’esperienza più bella della mia vita.

Nell’insieme delle bellezze e delle difficoltà che ho incontrato; ogni cosa e persona sono state un tassello fondamentale per consentirmi di riflettere e interrogarmi su diverse questioni.
E allora adesso è necessario dare a questa esperienza il giusto spazio per non buttarla via; ora è il momento di lasciar fortificare la sua eredità e consentire al soffione di prendere forma prima di essere lanciato al vento.

Questa è la sfida più grande da quando sono tornata. La domanda più gettonata è stata “com’è stato il rientro?”. Chissà perchè, mi chiedevo, alle persone interessa più di tutto com’è quando si rientra alla realtà nota. Forse per capire se c’è stato un cambiamento effetivo, se tutto questo ne vale davvero la pena o se la diversità ha veramente un grande impatto. La risposta è che è facile tornare in un luogo che conosciamo, dove le persone già sanno chi sei e parlano la tua lingua, i luoghi sono familiari e non devi interrogarti su ogni singola cosa che vedi o fai. Rientrare nella propria zona di comfort è naturale e semplice ed è proprio questo ad ostacolare in me la crescita di quanto è stato seminato in quei tre, brevi ma intensi, mesi.

La vera difficoltà è riuscire a portare con me nella realtà di qui l’esperienza vissuta.

Nei giorni a seguire il mio rientro, cercavo di tenere sempre con me un po’ di Thailandia. Lo facevo salutando la giornata che iniziava come facevamo al centro nelle tre lingue dei bambini, utilizzando alcune parole in thailandese, chiamando i volontari rimasti là, ascoltando e cantando le canzoni che piacevano ai bambini, dormendo per terra talvolta, mangiando riso molto più spesso di prima.
Tuttavia a mano a mano che passavano i mesi sentivo le sensazioni di benessere andarsene un po’ alla volta e le vecchie abitudini tornare. La sensazione era quella di venire piano piano intaccata. Ma qualche giorno prima di tornare mi ero promessa una volta tornata di non guardare a questa esperienza con malinconia ma non estrema gioia ed entusiasmo. Volevo potesse fruttare e avere la parte che le spetta.

L'ultima frase del mio diario è la seguente: “Qui il mio cuore si purifica. Crea nuovi spazi. Libera dal buio. Mi sento bene. Non mi manca nulla”.

Ora che sono qui, ogni giorno penso ai bambini là. Ripenso a quanto la diversità sia talmente tanta da non essere nemmeno immaginabile; non è uguale il tono con cui chiamiamo qualcuno, non è uguale il posto in cui mettiamo gli scarti del pranzo, non è uguale l’uso del contatto fisico, la concezione di pericolo, le priorità della propria esistenza. Ma questa diversità è ciò che alimenta la vita e la missione ti consente di incontrarla, di conoscerla, di abbracciarla.


Non ho risposte, non ho una fine o una ricetta su come procedere, non so come frutterà ma è bello così, ora so che va bene così.

Ecco perchè questo doveva essere un capitolo conclusivo e invece non può che accomiatarsi in questo modo, con una virgola, il finale aperto e il resto della pagina bianca, perchè la missione apre il cuore e crea spazio, spalanca porte, costruisce sentieri,