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Cosa nasce sotto i cavoli in Thailandia? - La mia esperienza in missione

Cosa nasce sotto i cavoli in Thailandia? - La mia esperienza in missione

Il quattro marzo parto. È il primo viaggio intercontinentale per me e il primo viaggio che intraprendo da sola. Il giorno dopo arrivo a Bangkok. Volevo mettermi in difficoltà in teoria e ci sono riuscita bene nella pratica. Come prima sensazione, infatti, si è fatto strada lo smarrimento per tentare di capire dove andare, subito dopo il panico: la valigia esce dopo un’eternità, internet non funziona, la carta per effettuare pagamenti bloccata. Cammino avanti e indietro, mi viene solo da piangere. Nessuno mi aiuta o si rende disponibile a rispondere alle mie richieste e mi chiedo: è davvero questo il paese del sorriso come tutti dicono? La risposta è sì, ma ancora non lo sapevo.


Rimango due giorni, che mi sembrano una settimana. Inizio già ad assaporare qualche angolo della più grande e colorata baraccopoli della città insieme ad altri volontari locali e francesi. Proseguo poi con un autobus notturno verso la seconda realtà collocata al Km 48, nei pressi di Mae Sot.  Qui già le cose cambiano, si respira una quotidianità fatta di comunità e condivisione. Restiamo qualche ora e ci rimettiamo in auto.  


Mi sento rallentata e poco consapevole di dove mi trovo ma durante il tragitto non posso non rimanere ammaliata dalla magnificenza della natura. La dominanza del verde dei paesaggi riempie il mio sguardo, sembra entrarmi dentro. Ancora una volta non conoscevo ancora la meraviglia che mi aspettava nell’incontaminata Umphang. I colori, i suoni e gli odori della Thailandia possono per me racchiudersi nel verde sparso dovunque, le cicale che anestetizzano le orecchie, i gechi che gorgogliano qui e là, i galli che intonano canti a tutte le ore, i cani che sembrano impazzire di notte e ovviamente le meravigliose voci dei bambini che cantano; il profumo intenso del miele lungo i sentieri, i campi di manioca, il profumo delle erbe selvatiche quando vengono calpestate e il fumo proveniente dai campi bruciati.

Arrivo dunque a destinazione, più di sessanta bambini dai 6 ai 16 anni sono impegnati in diverse attività. Quasi la totalità di loro appartiene al gruppo etnico dei Karen e proviene dal Myanmar, stato in cui è presente da diverso tempo una quotidianità di conflitto civile, l’ultimo dura ormai da quattro anni.


Il centro, la “Xavier House”, si impegna soprattutto nella scolarizzazione di questi bambini e ragazzini a cui vengono insegnati il tailandese e l’inglese, oltre che nella formazione e crescita personale.


Condividendo uno spazio comune sono loro stessi coinvolti nelle diverse attività della quotidianità, come cucinare, lavare i vestiti, pulire la casa, nutrire gli animali.

Quando arrivo mi sento stanca, confusa. Devo ammettere che ho pensato “sono arrivata sì ma…  nel Medioevo?”. Non mi piaceva affatto la mia reazione, che sensazione era mai quella? Probabilmente, per quanto potessi ritenermi facilmente adattabile e poco schizzinosa, era il vissuto di 24 anni nell’agio occidentale che stava venendo a galla. Perciò mi colpiva il dover dormire su stuoie attraverso le quali si sentiva il pavimento, camminare scalza ovunque dentro o fuori, sul bagnato o sull’asciutto tutto il giorno, talvolta aprire il rubinetto e non vedere uscire niente dopo una lunga giornata o all’inizio di una nuova.
Per fortuna tutto ciò dura poco. Più passano i giorni più i miei pensieri cambiano. Più i miei pensieri cambiano più inizio non solo ad accettare ma proprio ad apprezzare le cose che prima mi lasciavano perplessa. Perché capisco che in realtà non è che manca qualcosa, semplicemente è diverso. Dunque, non migliore o peggiore, ma nuovo. Penso a come è assurdo che delle vite vivano delle storie così diverse.
Il posto è meraviglioso, avvolto nella natura. Lo spazio è grande e i bambini si muovono liberi in esso.

La maggior parte di questi bambini proviene da situazioni familiari molto complesse e vive la gran parte dell’anno lontana dalla famiglia. Nonostante ciò, loro appaiono sempre sorridenti, sembrano sapere sempre cosa fare, sembrano essere sempre pronti a tutto. Sono così diversi dai bambini con cui mi interfaccio solitamente; passa così in fretta il tempo con loro. Rimango impressionata dalla loro capacità di notare le cose, di occuparsi dell’altro, di badare a sé stessi, di vivere. Dimostrano un grande ingegno nell’individuare delle soluzioni e trovare delle alternative. Sembrano allenati a guardare le cose da diverse prospettive.

Non si tratta di situazioni stratosferiche ma proprio delle più banali, usare un passino per sbattere le uova senza sbattitore né forchetta, prendere una maglietta come straccio o strofinaccio... Ecco cosa nasce sotto gli innumerevoli cavoli della Thailandia!

Rifletto poi riguardo al progresso. Per come siamo abituati a pensarvi “il progresso porta progresso”, ma qui mi chiedo: dove sta il limite tra la propensione e stimolazione all’invenzione e la pigrizia e l’adattamento da esso generati? Per ciò che vedo mi viene da dire che laddove il progresso è rimasto più “indietro” il genio è più diffuso, mentre laddove è presente si manifesta in maniera più elitaria.

Penso a quanto sia incredibile quanto un contesto nuovo e diverso possa stimolare nuovi pensieri, quesiti, consapevolezze in modo così spontaneo e semplice. Per esempio, noto che la maggior parte dei bambini ha la testa tendente al piatto nella parte posteriore e mi chiedo “non è che magari dormire sul pavimento l’ha resa tale e questo comporta delle differenze nello sviluppo dei lobi cerebrali?”; vedo per la prima volta una pianta di ananas e mi rendo conto che ci sono un sacco di cibi che mangiamo quotidianamente e di cui non conosciamo l’origine. Il riso, per esempio, lo mangiamo tre pasti su tre, so che cresce nelle risaie, luoghi ricchi d’acqua, ma ignoro la modalità di crescita e raccolta.
I bambini invece sanno quello che mangiano. Una volta siamo andati in una fattoria a raccogliere frutta e verdura direttamente dagli alberi in cambio di un centinaio di uova delle galline del centro e una bottiglia di miele di foresta. Così facendo i bambini raccolgono il cibo con le loro mani imparando a riconoscere quando è pronto, quando è mangiabile. Lo preparano e cucinano.

Mi rendo conto di star facendo un sacco di cose per la prima volta, come ascoltare tutto il giorno una lingua a me nuova e mai sentita prima, fare il bagno al fiume con i bambini e i bufali, riempire un intero pick-up di papaye. La cosa mi emoziona. Vorrei che tutta la mia vita fosse una prima volta, come dice Fabi “quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora”. Forse è la libertà di non possedere. Forse è la curiosità e la bellezza della novità. Forse è lasciarsi toccare dalla vita.

Vivo e basta. Adoro questa sensazione. Nessuno si lamenta mai. Sembra sempre andare tutto bene, semplicemente come deve andare. Non mi sento più in attesa di qualcosa o qualcuno a smuovere la quotidianità e darci un senso, come accadeva prima; è come se fossi in contemplazione tutto il giorno.

Giorno in cui il tempo non ha alcun significato, un’ora, due giorni o un mese sono la stessa cosa. Tutto sembra al contempo durare un’eternità e un secondo, come per l’alba e il tramonto durante le quali il sole diventa rosso fuoco, chiudi un attimo gli occhi e quando li riapri non sai come è già tutto passato.
La sensazione è quella di stare sospesi, di vivere in un unico momento intramontabile: ora.

I bambini stessi non vivono nessun tempo come tempo di attesa. Quando viaggiano in pick-up per spostarsi da un luogo all’altro si gustano il momento come qualcosa di veramente importante; il viaggio vale tanto quanto l’arrivo e anzi, forse ancor di più. Si ride, si scherza, si gioca, si canta, esiste solo quel momento. Ogni tempo è l’unico: il tempo presente a cui dedicare le proprie energie. Ecco perché sono sempre pronti: perché è sempre il momento giusto.
E allora ecco il primo grande insegnamento che la Thailandia mi ha regalato: vivi il tempo, non pensarlo, non attenderlo.

In alcuni giorni le vecchie modalità tornano e allora tutto mi sembra difficile. Qualche mattina mi sveglio e mi sento sola, appesantita, stanca. Abbraccio le mie odiate reazioni di evitamento a situazioni complesse, la scelta facile. Poi, come ho imparato una sera durante una corsa tra i banani con alcune ragazze, mi ricordo che forse è difficile in quel momento perché è come se avessi perso il ritmo e volessi fermarmi ma se l’ho perso vuol dire che da qualche parte c’è ancora, devo solo avere pazienza e proseguire per ritrovarlo.

E allora arriva il secondo: non indossare mai più la preoccupazione, perchè la difficoltà passerà anche senza affanno e chissà quali sorprese porterà; cose che mai avremmo potuto immaginare prima, tanto vale accoglierla fin da subito. Lascia la difficoltà di stucco: muoviti e lascia che sia lei a bloccarsi!

Nell’ultimo periodo eravamo già entrati nella stagione delle piogge; pioveva ogni giorno verso tardo pomeriggio. Penso a come noi abbiamo “paura” della pioggia. Andiamo a proteggerci, facciamo in modo di tenerla alla larga, di non entrarci in contatto. Scongiuriamo non venga a trovarci, non la invitiamo mai alle feste, la temiamo. E poi guardo questi bambini che quando inizia a piovere ci stanno sotto come se nulla fosse, come se fosse semplicemente uno dei tanti modi di vivere il tempo, come quando c’è il sole. Qualche volta ci vanno sotto apposta, ci giocano insieme. Quando si spostano in auto preferiscono quella aperta, senza tetto, che consente di vedere fuori e anche di prendere la pioggia talvolta. Semplicemente e ammirevolmente non hanno paura.


Perciò: non temere. Non temere la pioggia, non temere ciò che non puoi controllare, non temere ciò che non è ancora accaduto, non temere ciò che sembra difficile, non temere la diversità. Non temere.



Nella mia quotidianità i pilastri fissi sono Mailys, una volontaria francese, e Jenjira e Wi, insegnanti di etnia Karen. Abbiamo tutte la stessa età, ma storie così diverse e un gran desiderio di conoscerci. Non è proprio semplice ma ci proviamo. Così ridiamo e scherziamo tentando di comunicare con lingue che non ci appartengono e con gestualità provenienti da background completamente differenti. Per esempio, cosa penseresti se qualcuno ti guardasse e ti facesse segno di lanciarsi qualcosa addosso? Quando Jenjira l’ha fatto ho pensato si stesse fustigando e non che mi stava invitando ad andare a fare una doccia prendendo l’acqua con il secchiello e lanciandosela addosso perché io avrei fatto finta di avere il doccino in mano spostandolo qui e là.


Mescoliamo l’inglese con qualche parola imparata in thailandese e in “pacagnò” (la lingua del gruppo Karen più numeroso) e, talvolta, nelle nostre lingue madre. Parlare lingue diverse può talvolta apparire stancante ma ha i suoi vantaggi: non senti i commenti negativi e le lamentele, sei esonerato da alcune faccende, devi trovare nuove strategie per farti capire, puoi imparare parole e modi di dire nuovi.
Alla fin fine capire una lingua è rilassante perchè non richiede chissà che impegno, ma pure non capirla può esserlo perchè consente uno stato di pace.

A capo della missione, come un delfino che riposa solo per metà per rimanere sempre vigile, padre Alessio. Lui si occupa della gestione di tutto: accoglienze, dimissioni, spese, organizzazione, educazione, formazioni, relazioni. Oltre a coordinare 60 bambini, gli insegnanti e i volontari, si occupa di insegnare inglese in varie scuole e costruire e rafforzare i rapporti con i familiari, con i villaggi vicini, con le autorità.


Spesso mi sono chiesta come faccia a sostenere questo stile di vita. Sembra non conoscere la fatica, si dedica totalmente ai bambini e chiaramente mette sempre loro al primo posto nelle scelte quotidiane. È la scelta che ha fatto e vi sta adempiendo nel migliore dei modi ma non posso che riflettere su quanto sia ammirevole dedicare l’intera propria vita a ciò, senza scadenze a breve termine, senza la possibilità di stoppare quando lo si desidera, senza alcun commento. Ecco cosa non c’è qui: la negatività! Che pace!

Ancora non mi sono “scomposta”. Ho capito che questa è la posizione che voglio assumere nella vita ma non sono ancora riuscita a provocare quella rottura che consente al meglio di fuoriuscire, di lasciarsi contaminare e generare altro. Perché essere o, meglio, stare composti, rispettare sempre le regole, le aspettative, fare tutto “come si deve”, stare dentro la cornice, implica staticità e piattume, implica la presenza di più elementi e dunque una dipendenza per giungere alla completezza; implica volgere lo sguardo all’interno, chiudersi. Le azioni di ogni giorno le fai per dovere o per scelta? E la scelta è personale o risponde a delle aspettative? Quanto le tue azioni rispecchiano i tuoi desideri, il tuo volere?
A stare scomposti invece si è. Si è fuori dagli schemi già definiti e per farlo bisogna un po’ rompersi, aprirsi, cambiare prospettiva, lasciarsi “contaminare”. La scomposizione è dinamica, è movimento, e il movimento è vita!


Questo pensiero mi accompagna durante tutta l’esperienza ma è soltanto l’ultimo giorno che diviene chiaro questo terzo insegnamento: non stare fermo a guardare. Tutto scorre via se tu stai fermo a guardare ma tutto semplicemente scorre se ti muovi anche tu. E allora muoviti! Così facendo ogni esperienza, ogni azione, sarà un punto che grazie al tuo movimento creerà un magnifico disegno. Anche se non sai cosa ne uscirà, non fermarti.


A mano a mano che i giorni passano mi accorgo di come le abitudini evolvono e mutano e con esse le preferenze o forse il valore vero delle cose. Mi ritrovo a scegliere di rinunciare ai miei spazi di solitudine e silenzio per stare in relazione. Quella stessa relazione che prima di partire mi sembrava così difficile.


Apprezzo ogni momento condiviso in presenza di qualcun altro, che richieda una parola, uno sguardo o semplicemente la condivisione dello stesso spazio. Mi fa stare bene.
E allora Chiara segnatelo, ricordatelo quando tornerai: intrecciati. Se puoi scegliere, scegli di stare con gli altri, di condividere. Scegli il NOI. Ogni sera diciamo“pianifichiamo la giornata di domani”: dobbiamo, non devo; facciamo, non faccio; ci occupiamo, non mi occupo.
Stai con gli altri, condividi il tuo tempo, le tue esperienze, i tuoi pensieri.

Non sapevo che era solo uno dei tanti regali che la Thailandia, i bambini, le persone che ho incontrato, i luoghi che ho calpestato, i cibi che ho mangiato e tutte le esperienze che ho vissuto mi hanno lentamente e silenziosamente lasciato.