
30 Junio 2026
Alessia Mureddu
Sierra Leone
Sierra Leone: il dono del “small small”
Sierra Leone: il dono del “small small”
Sono partita con il solo desiderio di vivere una cultura lontana dalla mia, lasciandomi trasportare da uno stile di vita diverso da quello del mio piccolo paese in Sardegna.
In realtà, il sogno di partire per una missione lo custodivo dentro di me fin da bambina. Sentivo il bisogno di conoscere il mondo, di andare oltre ciò che avevo sempre visto e vissuto, e in modo particolare sentivo la necessità di donarmi agli altri, prestare il mio aiuto dove ce ne fosse bisogno.

La decisione concreta è arrivata in un periodo di smarrimento della mia vita, in cui sentivo l’esigenza di oltrepassare gli schemi quotidiani, rimettermi in gioco e affrontare una realtà diversa, consapevole del fatto che non sarebbe stato semplice.
La vera sfida si è presentata ancora prima di partire: combattere la paura dell’altro, di chi è diverso, andare oltre i pregiudizi e i falsi miti che la società e i media ti portano a credere.

Così sono partita alla volta della Sierra Leone, un piccolo stato dell’Africa che si affaccia sull’Oceano Atlantico. A dire la verità non avevo mai sentito nessuno parlarne; nella mia mente era un luogo associato soltanto alla guerra e ai bambini-soldato.
Ed è stato proprio lì che ho compreso quanto il nostro sguardo sia spesso costruito sulla distanza, sui racconti degli altri, su una narrazione incapace di restituire davvero la complessità umana di certi luoghi.
Una volta arrivata, ho scoperto una realtà molto diversa da quella che immaginavo.
Ero costantemente alla ricerca di qualcosa, come se, nell’agio di una vita da privilegiata, tutto ciò che mi circondava non bastasse a soddisfare i miei bisogni più profondi — non quelli materiali, ma quelli che toccano l’anima e a cui, troppo spesso, non prestiamo attenzione.
È proprio in Africa che ho iniziato a comprendere la vera essenza della vita. Lontano dalla frenesia, dalle giornate colme di impegni e dalle azioni ripetute meccanicamente, ho imparato dai sierraleonesi il valore del vivere “small small”, piano piano. Un modo di affrontare la vita con pazienza, semplicità e presenza, senza l’ossessione della corsa continua.
Mi ha colpito particolarmente il modo in cui i giovani vivono la loro quotidianità. In Italia cresciamo con lo sguardo rivolto sempre verso il domani, verso il futuro, siamo sempre alla ricerca di una realizzazione personale, che sia dal punto di vista dello studio, del lavoro o della famiglia.
In Sierra Leone, invece, ho visto ragazzi vivere a pieno il presente, senza lasciarsi sopraffare dall’ansia del domani — non perché non abbiano sogni o difficoltà, ma perché preferiscono abitare l’ora e l’oggi.
Questa stessa dimensione si riflette anche nel loro senso di comunità. Ho conosciuto una società in cui l’individuo non esiste separato dalla comunità, ma dentro una rete di relazioni, cura reciproca e appartenenza in cui alla base vi è la condivisione — e non solo quella di beni materiali, bensì della quotidianità, dei momenti di gioia o di debolezza, dei traguardi o delle sconfitte.
Piuttosto significativo è stato osservare il rapporto tra le diverse confessioni religiose. In Sierra Leone la maggior parte della popolazione è musulmana, eppure mi ha colpito la naturalezza con cui persone di fedi diverse convivono e collaborano nella vita quotidiana.
All’interno della comunità in cui ho vissuto, il contesto cattolico era inserito in maniera rispettosa e serena, senza contrapposizioni o divisioni.
Ho visto cristiani e musulmani partecipare con gioia alle celebrazioni gli uni degli altri, condividere momenti importanti e sostenersi reciprocamente.
Le feste di una comunità diventavano occasioni di festa per tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Questo clima di rispetto e vicinanza mi ha fatto riflettere su quanto spesso siano le differenze ad essere messe in evidenza, mentre lì ho potuto vedere come ciò che unisce sia molto più forte di ciò che distingue.
Mi ha colpito anche la presenza di diverse comunità cristiane e cattoliche nate e cresciute grazie al lungo lavoro missionario dei padri saveriani. Il loro impegno nel corso degli anni non ha lasciato soltanto opere o strutture, ma relazioni profonde e una testimonianza di dialogo, accoglienza e servizio che continua ancora oggi ad essere vissuta dalle persone del luogo.
Per me questa esperienza di missione ha significato soprattutto donarmi agli altri, offrire la parte più vera di me senza guardare realmente chi avessi davanti.
Ho imparato che aiutare non significa necessariamente fare grandi cose, ma esserci, esserci davvero, anche nei piccoli gesti quotidiani.
Porgere una mano, ascoltare, condividere il tempo, mettersi a disposizione del prossimo anche senza un titolo, o senza per forza sentirsi preparati o all’altezza.
Quest’esperienza mi ha insegnato ad agire senza l’attesa di un risultato immediato. Nonostante l’impegno, i cambiamenti spesso non sono subito visibili, e a volte non sappiamo nemmeno se lo saranno nel tempo. Da una parte questo può essere demoralizzante, perché ti porta a pensare di non aver fatto abbastanza, ma allo stesso tempo ti dà la speranza e l’incoraggiamento per fare meglio e farlo senza un rendiconto personale.
Ho compreso che l’appagamento personale, se diventa il centro dell’azione, rischia di allontanarti dal vero obiettivo, trasformando l’impegno in una forma di autocelebrazione. La missione, invece, mi ha insegnato la gratuità del dono, il valore della presenza e la bellezza delle piccole cose.
Ad oggi sono consapevole del fatto che quest’esperienza non ha cambiato soltanto il mio modo di guardare l’Africa, ma soprattutto il modo di abitare il mondo e condividere la quotidianità, anche lontano da casa e lontano dalle comodità di una vita agiata.


