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Quando lo stagno si fa oceano

Quando lo stagno si fa oceano

PRIMA

I piedi incollati al terreno, uno stagno intorno a me. Tutto tace, tutto è immobile. Non un sibilo di vento, né un guizzo nell’acqua. Io mi sento immobile, impassibile, piatta, arida e distante. La quotidianità mi avvolge, comoda e sicura, e come l’acqua mi adagio facilmente ma, a contrario suo, mi sento impotente, incapace di generare qualsiasi movimento.

Ho ventiquattro anni, una famiglia amorevole, una casa solida in un paese di pace e un sacco di possibilità. Eppure mi sento smarrita. Non mi percepisco, non mi distinguo. Da sempre ho potuto contare su chi mi stesse accanto, ma ora mi chiedo se magari non sia stata proprio questa costante presenza a farmi accomodare limitandomi nell’imparare a fare affidamento su me stessa e allontanandomi un po’ dalla consapevolezza di ciò che sono nella mia interezza.
Da quando inizio a lavorare la sensazione di inadeguatezza cresce giorno dopo giorno, facendomi sentire sempre più piccola.  Non so se è solo questione di tempo, di esperienza, o se ho sbagliato direzione e sto percorrendo una strada che non mi appartiene. Ma come posso conoscere cosa fa al caso mio?
Decido di concedermi più tempo per capirlo, impegnandomi in tante piccole nuove attività che mi fanno uscire un po’ alla volta dalla mia zona di comfort. Ma intanto mi trovo a lacerarmi tra l’inarrestabile desiderio di raggiungere quella certezza che consente di sentirsi competenti e soddisfatti del proprio operato e l’ovvia consapevolezza che nella vita, in realtà, non ci sarà mai un vero “arrivo”, che anzi la ricerca e il miglioramento sono un percorso continuo, ciò che lo rende significativo.

La vita mi sfiora, mi sento spettatrice passiva di me stessa. Eppure, in mezzo a questa stasi, sento un'inquietudine crescente… sento!
Cosa? Irrequietezza, frustrazione, insoddisfazione. Vorrei urlare, fare qualcosa, ma non so da dove cominciare.
Il tempo passa, e con lui il tormento si diffonde, come una nebbia fitta. Intanto dentro di me cresce un bisogno impellente di cambiamento. Penso e ripenso sotterrando sempre più la risposta su come attuarlo.
Poi, piano piano finalmente il silenzio torna ad essere armonia e non più vuoto assoluto.
È estate, sono in montagna e una folata di vento scuote i miei neuroni e, come un’epifania, si riaccende in me un desiderio: PARTIRE.
L’idea mi elettrizza. Sembra calzare a pennello, rispondere a un bisogno che mi accompagna da troppo tempo e che nel tempo ha mutato forma e significato. Mi faceva sentire bene.
Partire mi avrebbe consentito di allontanarmi da tutto ciò che mi è noto — le persone, la lingua, le abitudini, i luoghi, il cibo, — mi avrebbe riattivato, avrei imparato, scoperto, conosciuto, incontrato, incrociato e condiviso. Mi sarei messa in difficoltà e avevo bisogno di farlo. Forse avrebbe riacceso in me la creatività, sarei stata costretta a trovare risposte inedite a nuovi stimoli. Avrei allargato la sfera delle possibilità: più situazioni nuove, più occasioni per scoprirmi consentendo l’emersione di quelle sfaccettatute che nella quotidianità vengono soppresse. La parola chiave era novità.
Per una volta, l’incertezza del mio futuro mi ha suscitato più gioia della sicurezza del presente. Comincio finalmente a vederci chiaro, a sentirmi viva. L’acqua inizia a vibrare.
Prendo LA scelta. In primavera partirò in un viaggio di relazioni. Mi sento audace ma mi sembra che il vero atto di coraggio risieda più nella decisione stessa, che nell'effettuare il viaggio vero e proprio.

Non mi resta che partire. E una paura: rispondere a situazioni nuove con modalità vecchie, cercare la sicurezza evitando la complessità, nonostante la consapevolezza che è proprio l'incertezza che ci apre a nuovi orizzonti. Che ogni passo verso l'ignoto è sempre una conquista. Perché mi chiedo, è l’aurora boreale in sé a stupirci o la particolarità del verde in cielo a catturare la nostra attenzione? Direi che è lo squilibrio a generare stupore e meraviglia, è la particolarità, l’ignoto, l’elemento che scardina l’ordine consueto, a suscitare meraviglia. Sono pronta ad abbracciare l’ignoto?

DURANTE

Cosa nasce sotto i cavoli in Thailandia?

Il quattro marzo parto. È il primo viaggio intercontinentale per me e il primo viaggio che intraprendo da sola. Il giorno dopo arrivo a Bangkok. Volevo mettermi in difficoltà in teoria e ci sono riuscita bene nella pratica. Come prima sensazione, infatti, si è fatto strada lo smarrimento per tentare di capire dove andare, subito dopo il panico: la valigia esce dopo un’eternità, internet non mi funziona, mi si blocca la carta per effettuare pagamenti. Cammino avanti e indietro, mi viene solo da piangere. Nessuno mi aiuta o si rende disponibile a rispondere alle mie richieste e mi chiedo: è davvero questo il paese del sorriso come tutti dicono? La risposta è sì, ma ancora non lo sapevo.
Rimango due giorni, che mi sembrano una settimana. Inizio già ad assaporare qualche angolo della più grande e colorata baraccopoli della città insieme ad altri volontari locali e francesi. Proseguo poi con un autobus notturno verso la seconda realtà collocata al Km 48.  Qui già le cose cambiano, si respira una quotidianità fatta di comunità e condivisione. Restiamo qualche ora ci rimettiamo in auto.  
Mi sento rallentata e poco consapevole di dove mi trovo ma durante il tragitto non posso non rimanere ammaliata dalla magnificenza della natura. La dominanza del verde dei paesaggi riempie il mio sguardo, sembra entrarmi dentro. Ancora una volta non conoscevo ancora la meraviglia che mi aspettava nell’incontaminata Umphang. I colori, i suoni e gli odori della Thailandia possono per me racchiudersi nel verde sparso dovunque, le cicale che anestetizzano le orecchie, i gechi che gorgogliano qui e là, i galli che intonano canti a tutte le ore, i cani che sembrano impazzire di notte e ovviamente le meravigliose voci dei bambini che cantano; il profumo intenso del miele lungo i sentieri, i campi di manioca, il profumo delle erbe selvatiche quando vengono calpestate e il fumo proveniente dai campi bruciati.

Arrivo dunque a destinazione, più di sessanta bambini dai 6 ai 16 anni sono impegnati in diverse attività. Quasi la totalità di loro appartiene al gruppo etnico dei Karen e proviene dal Myanmar, stato in cui è presente da diverso tempo una quotidianità di conflitto civile, l’ultimo dura ormai da quattro anni.
Il centro, la “Xavier House”, si impegna soprattutto nella scolarizzazione di questi bambini e ragazzini a cui vengono insegnati il tailandese e l’inglese, oltre che nella formazione e crescita personale. Condividendo uno spazio comune sono loro stessi coinvolti nelle diverse attività della quotidianità, come cucinare, lavare i vestiti, pulire la casa, nutrire gli animali.

Quando arrivo mi sento stanca, confusa. Devo ammettere che ho pensato “sono arrivata sì ma…  nel Medioevo?”. Non mi piaceva affatto la mia reazione, che sensazione era mai quella? Probabilmente, per quanto potessi ritenermi facilmente adattabile e poco schizzinosa, era il vissuto di 24 anni nell’agio occidentale che stava venendo a galla. Perciò mi colpiva il dover dormire su stuoie attraverso le quali si sente il pavimento, camminare scalza ovunque dentro o fuori, sul bagnato o sull’asciutto tutto il giorno, talvolta aprire il rubinetto e non vedere uscire niente dopo una lunga giornata.
Per fortuna tutto ciò dura poco. Più passano i giorni più i miei pensieri cambiano. Più i miei pensieri cambiano più inizio non solo ad accettare ma proprio ad apprezzare le cose che prima mi lasciavano perplessa. Perché capisco che in realtà non è che manca qualcosa, semplicemente è diverso. Dunque, non migliore o peggiore, ma nuovo. Penso a come è strano che delle vite vivano delle storie così diverse.
Il posto è meraviglioso, avvolto nella natura. Lo spazio è grande e i bambini si muovono liberi in esso.
La maggior parte di questi bambini proviene da situazioni familiari molto complesse e vive la gran parte dell’anno lontana dalla famiglia. Nonostante ciò, loro appaiono sempre sorridenti, sembrano sapere sempre cosa fare, sembrano essere sempre pronti a tutto. Sono così diversi dai bambini con cui mi interfaccio solitamente; passa così in fretta il tempo con loro. Rimango impressionata dalla loro capacità di notare le cose, di occuparsi dell’altro, di badare a sé stessi, di vivere. Dimostrano un grande ingegno nell’individuare delle soluzioni e trovare delle alternative. Sembrano allenati a guardare le cose da diverse prospettive. Non si tratta di situazioni stratosferiche ma proprio delle più banali, usare un passino per sbattere le uova senza sbattitore né forchetta, prendere una maglietta come straccio o strofinaccio... Ecco cosa nasce sotto gli innumerevoli cavoli della Thailandia!
Rifletto poi riguardo al progresso. Per come siamo abituati a pensarvi “il progresso porta progresso”, ma qui mi chiedo: dove sta il limite tra la propensione e stimolazione all’invenzione e la pigrizia e l’adattamento da esso generati? Per ciò che vedo mi viene da dire che laddove il progresso è rimasto più “indietro” il genio è più diffuso, mentre laddove è presente si manifesta in maniera più elitaria.

Inizio a rendermi conto di star facendo un sacco di cose per la prima volta, come ascoltare tutto il giorno una lingua a me nuova e mai sentita prima o fare il bagno al fiume con i bambini e i bufali. La cosa mi emoziona.
Vivo e basta. Adoro questa sensazione. Nessuno si lamenta mai. Sembra sempre andare tutto bene, semplicemente come deve andare. Non mi sento più in attesa di qualcosa o qualcuno a smuovere la quotidianità e darci un senso, come accadeva prima; è come se fossi in contemplazione tutto il giorno. Giorno in cui il tempo non ha alcun significato, un’ora, due giorni o un mese sono la stessa cosa. Tutto sembra al contempo durare un’eternità e un secondo, come per l’alba e il tramonto durante le quali il sole diventa rosso fuoco, chiudi un attimo gli occhi e quando li riapri non sai come è già tutto passato.
La sensazione è quella di stare sospesi, di vivere in un unico momento intramontabile: ora.

In alcuni giorni le vecchie modalità tornano e allora tutto mi sembra difficile. Qualche mattina mi sveglio e mi sento sola, appesantita, stanca. Abbraccio le mie odiate reazioni di evitamento a situazioni complesse, la scelta facile. Poi, come ho imparato una sera durante una corsa tra i banani con alcune ragazze, mi ricordo che forse è difficile in quel momento perché è come se avessi perso il ritmo e volessi fermarmi ma se l’ho perso vuol dire che da qualche parte c’è ancora, devo solo avere pazienza e proseguire per ritrovarlo.


Nella mia quotidianità per questa prima parte di missione, oltre a me c’è un’altra ragazza volontaria francese, un’insegnante Karen e un paio di ragazze italiane con le quali ho condiviso parte dell’esperienza. Abbiamo tutte la stessa età, ma storie così diverse! Ci occupiamo per lo più di insegnare inglese ai bambini e di proporre delle attività funzionali e utili al loro sviluppo o alla gestione della quotidianità ma anche ludiche.

A capo della missione, come un delfino che riposa solo per metà per rimanere sempre vigile, padre Alessio. Lui si occupa della gestione di tutto: accoglienze, dimissioni, spese, organizzazione, educazione, formazioni, relazioni. Oltre a coordinare 60 bambini e gli insegnanti e i volontari, si occupa di insegnare inglese in varie scuole e costruire e rafforzare i rapporti con i familiari, con i villaggi vicini, con le autorità.
Spesso mi sono chiesta come faccia a sostenere questo stile di vita. Sembra non conoscere la fatica, si dedica totalmente ai bambini e chiaramente mette sempre loro al primo posto nelle scelte quotidiane. È la scelta che ha fatto e vi sta adempiendo nel migliore dei modi ma non posso che riflettere su quanto sia ammirevole dedicare l’intera propria vita a ciò, senza scadenze a breve termine, senza la possibilità di stoppare quando lo si desidera, senza alcun commento. Ecco cosa non c’è qui: la negatività! Che pace!

Non sono arrivata qui con grandi doti o particolari abilità da poter mettere a disposizione ma non mi sono neanche mai sentita inadatta o arida. Il mio contributo qui è estremamente limitato e finora potrei dire che, al contrario, è la missione che sta dando un grande contributo alla mia vita.

Ancora non mi sono “scomposta”. Ho capito che questa è la posizione che voglio assumere nella vita ma non sono ancora riuscita a provocare quella rottura che consente al meglio di fuoriuscire, di lasciarsi contaminare e generare altro.
Il mio augurio è che possiate scomporvi anche voi. Non necessariamente lontano da casa o cambiando stile di vita; talvolta basta solo prenderla in mano la vita, sentirsi protagonisti, dare un contributo.

In questo caso specifico mi riferisco ad un contributo concreto che apparrebbe di primo impatto in denaro, per trasformarsi poi in riso e materiali vari utili al mantenimento delle varie missioni attive. Non bisogna essere oceano per formare l’oceano, basta essere una semplice goccia d’acqua. Ogni contributo è un tassello fondamentale per supportare le realtà missionarie saveriane sparse per il mondo (scuole, parrocchie, ospedali, villaggi, baraccopoli, profughi, ...) perciò, se avrai piacere di unirti a questo oceano, ti ringrazio di cuore.

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